Un giorno di regno (Über die Uraufführung 05.09.1840)
Il Cavaliere di Belfiore, sotto il nome di Stanislao re di Polonia – primo basso [baritono] (Raffaele Ferlotti)
Il Barone di Kelbar – primo buffo [basso] (Raffaele Scalese)
La Marchesa del Poggio, giovane vedova, nipote del Barone e amante del Cavaliere – prima donna [soprano] (Antonietta Raineri Marini)
Giulietta di Kelbar, figlia del Barone, e amante di Edoardo – prima donna [mezzosoprano] (Luigia Abbadia)
Edoardo di Sanval, giovane ufficiale – primo tenore (Lorenzo Salvi)
Il Signor La Rocca, Tesoriere degli Stati di Bretagna, zio di Edoardo – primo buffo [basso] (Agostino Rovere)
Il Conte Ivrea, Comandante di Brest – secondo tenore (Giuseppe Vaschetti)
Delmonte, scudiere del finto Stanislao – secondo tenore (Napoleone Marconi)
[Un Servo del Barone di Kelbar – basso (N. N.)]
Cori e Comparse: Camerieri, Cameriere, Vassalli del Barone.
La scena è nella vicinanza di Brest nel castello di Kelbar. (Epoca: l’anno 1733)
Scene: Baldassare Cavallotti e Domenico Menozzi
Vestiarista: Pietro Rovaglia e Comp.
Istruttore dei cori: Antonio Cattaneo
Direttore dei cori: Giulio Granatelli
Maestro al cembalo: Giuseppe Verdi e Giacomo Panizza
Primo violino, capo e direttore d’orchestra: Eugenio Cavallini
Intorno alla nascita della seconda opera di Verdi esistono tre narrazioni, due indirette e una diretta, e tutte risalenti a più di trent’anni dopo i fatti. La prima è il cosiddetto “Racconto autobiografico”, cioè le parole raccolte da Giulio Ricordi il 19 ottobre 1879 (Verdi aveva sessantasei anni) e inserite nella Vita aneddotica di Pougin: “Il Merelli allora [dopo il buon esito di Oberto conte di San Bonifacio] mi fece una proposizione lautissima per quei tempi; mi offrì, cioè, un contratto per tre opere da scrivere d’otto in otto mesi, da rappresentarsi alla Scala od al teatro di Vienna, di cui era pure impresario: in compenso mi pagava quattromila lire austriache per opera, dividendo poi a metà l’utile derivante dalla vendita degli spartiti. Accettai subito il contratto, e poco dopo partendo Merelli per Vienna, lasciò incarico al poeta [Gaetano] Rossi di fornirmi il libretto, e questo fu il Proscritto: però io non era completamente soddisfatto, e non avevo per anco cominciato a musicarlo, quando Merelli ritornò a Milano nei primi mesi del 1840 e dissemi aver bisogno assolutamente per l’autunno di un’opera buffa, e ciò per ragioni speciali del suo repertorio: mi avrebbe cercato un libretto subito e poi in seguito avrei musicato il Proscritto. Non rifiutai l’invito e Merelli mi diede a leggere vari libretti di Romani, che, o per cattivi successi o per altri motivi, giacevano dimenticati. Lessi e rilessi, nessuno mi piaceva, ma viste le premure che mi si facevano, prescelsi quello che mi parve meno male, e fu Il finto Stanislao, battezzato poi Un giorno di regno” (Pougin, p. 42). L’altro racconto lo si legge in Volere è potere (1869) di Michele Lessona, che scrisse il capitolo su Verdi dopo un lungo colloquio avuto con lui a Tabiano nel settembre 1868: “L’Oberto conte di San Bonifacio non fece grande effetto, ma neppure dispiacque; il Merelli, che meglio di chicchessia conosceva le spine che insanguinano il piede a chi fa il primo passo nella via dei teatri, gl’intoppi e le difficoltà d’una prima rappresentazione, si tenne contento di quel successo come che fosse, e offerse contratto al Verdi, e fu conchiuso ch’egli scrivesse altre tre opere, di cui la prima doveva essere buffa e andare in scena l’autunno del seguente anno 1840” (Lessona, p. 294). Esiste poi una lettera ad Arrivabene, in cui si legge: “Dopo l’Oberto feci con lo stesso Merelli una scrittura per tre opere a L. aus. 4 mila l’una. La prima fu il Giorno di Regno che malgrado il fiasco mi fu pagata puntualmente senza la più piccola chicane” (ad Arrivabene, 7.3.1874).
Tutto questo sarebbe accaduto “nei primi mesi del 1840”, e quindi molto prima del giorno 18 giugno, quando morì Margherita, la prima moglie di Verdi, ed egli il 22, dopo i funerali, se ne tornò a Busseto insieme al suocero Antonio Barezzi. Verdi però non ricordava esattamente alcuni particolari. Non “nei primi mesi del 1840”, bensì il 18 maggio di quell’anno, Merelli aveva comunicato alla Direzione dei Teatri di Milano l’elenco delle opere in programma per la Stagione d’Autunno, affinché venisse trasmesso alla Direzione di Polizia per le relative autorizzazioni. I titoli sono Il Templario di Nicolai, già rappresentato con successo a Torino, un’opera buffa che sarà espressamente composta da Alessandro Nini, e la ripresa di Oberto conte di San Bonifacio. Dopo qualche giorno arriva l’autorizzazione, ma il 20 giugno Merelli cambia idea, e al posto dell’Oberto dichiara di voler far scrivere a Verdi un’opera buffa su un libretto “che si sta regolando”, ossia deve essere ancora scelto. Questo accadeva esattamente due giorni dopo la morte di Margherita, il 18 giugno, e il giorno 22, a funerali avvenuti, Verdi in compagnia del suocero lascia Milano e torna a Busseto. In quel momento non si conosce ancora il titolo del nuovo libretto (se fosse già stato scelto, Merelli l’avrebbe comunicato), e quindi è lecito pensare che l’affannosa ricerca di esso (“Lessi e rilessi, nessuno mi piaceva”, si legge in Pougin) sia avvenuta a Busseto fra la fine di giugno e le prime settimane di luglio. O forse il libretto era stato già scelto (ancor prima della morte di Margherita?), ma non comunicato poiché non del tutto soddisfacente (“prescelsi quello che mi parve meno male”) e quindi con la speranza di trovare altra soluzione. Infine, la decisione venne presa, e il 16 luglio Merelli ne informò la Direzione dei Teatri: il titolo scelto era Un giorno di regno.
Diventano così chiari due elementi che non risultano dalle narrazioni di cui sopra. Il primo: Merelli non stipulò un contratto con Verdi dopo il buon esito della prima opera. Il secondo: la composizione di Un giorno di regno non poté iniziare che intorno al 20 giugno, quando Merelli comunica la decisione di rinunciare a Oberto (proprio in coincidenza con la morte di Margherita), oppure qualche giorno prima del 16 luglio, quando per la prima volta viene nominato Un giorno di regno, ossia il vecchio libretto di Felice Romani Il finto Stanislao (1818) adattato, con tagli e aggiunte, probabilmente da parte di Temistocle Solera. In entrambi i casi, il periodo dedicato alla composizione, tenuto conto che il 4 settembre ebbe luogo la prova generale, è stato intorno ai due mesi.
Nella scelta del soggetto può avere influito la rappresentazione della commedia Le faux Stanislas (1809) di Alexandre-Vincent Pineux Duval in traduzione italiana al Teatro Carcano di Milano il 6 ottobre 1839, da parte della Compagnia Pisenti Solmi. L’opera ebbe un’unica rappresentazione, ma probabilmente non si trattò di un “fiasco”, come in genere si pensa, poiché un giornale come il “Corriere delle Dame” scrive di un “Pubblico affollatissimo, e per natura indulgente, [che] incominciò cogli applausi” (10.9.1840), rivolti soprattutto alla Sinfonia, all’Introduzione, alla cavatina di Giulietta «Non san quant’io nel petto» (I, 5), a quella di Edoardo «Pietoso al lungo pianto» (II, 2), al duetto buffo «Diletto genero, a voi ne vengo» (I, 11), alla prima parte dell’aria della Marchesa «Si mostri a chi l’adora» (II, 6), ma non alla cabaletta che segue, poiché la Marini era indisposta e non in grado di sostenerne le agilità. Sull’indisposizione della Marini si ferma anche, sul giornale “Figaro”, il recensore R. (Girolamo Romani?); dopo aver constatato quanto sia difficile scrivere un’opera buffa quando ormai scarseggiano libretti di buona qualità, conclude affermando che “quantunque la musica in generale cammini spedita e facile, manca però sempre di quella scintilla che rivela il genio creatore ed eccita il Pubblico agli applausi, che pure non mancarono in qualche momento al maestro ed ai cantanti. La Marini cantò di mala voglia, o veramente ella era indisposta come potrebbe giustificarlo la sospensione della seconda rappresentazione per causa di malattia d’essa signora Marini. L’Abbadia invece cantò con tutto l’impegno e bene, il Pubblico la rimeritò di vivi applausi, e si augura da questa brava giovinetta un’artista di merito distinto. Salvi, sempre zelante, sempre ottimo cantante, ebbe nuove prove della simpatia dei Milanesi per le commendevoli sue doti. Ferlotti non sembrò collocato a suo posto in un’Opera buffa, ed i signori Scalese e Rovere ridestarono colla loro conosciuta bravura qualche istante d’ilarità nel numeroso uditorio che assisteva alla nuova composizione musicale dell’autore dell’applauditissimo Oberto conte di San Bonifacio” (“Figaro”, 9.9.1840). Se il recensore è attendibile, si trattò quindi di uno spettacolo abbastanza applaudito, la cui seconda recita venne “sospesa” a causa dell’indisposizione della Marini, indisposizione di cui si hanno altre notizie (infatti la Marini riprese a cantare solo il 17 ottobre nell’Oberto), e di conseguenza si ritenne opportuno non riprendere l’opera anche per salvaguardare il buon ricordo che aveva lasciato la precedente, che venne prontamente rimessa in scena, così come Merelli aveva pensato fin dal primo momento. E infatti, quando Un giorno di regno tornò in scena come opera giovanile di un maestro già affermato, ebbe una sorte diversa: con il titolo Il finto Stanislao venne rappresentata al Teatro San Benedetto di Venezia l’11 ottobre 1845 dalla compagnia del buffo Carlo Cambiaggio, con grande successo (in quell’occasione Verdi scrisse a Luccardi: “Vuoi ridere?… L’Opera buffa ch’io scrissi alla Scala 4.o anni sono e che cadde ha fatto furore a Venezia – Il teatro è certamente cosa molto buffa” (17.10.1845), e ripresa anche al Teatro Valle di Roma (9.2.1846) sempre con Cambiaggio, e al Teatro Nuovo di Napoli (11.6.1859). Più che una cosa buffa, il teatro è una faccenda delicata, e va trattato con molta abilità: che a Verdi non faceva difetto.



